martedì 26 febbraio 2013

Tempo, tempismo, tempestività ovvero dell'arte di tergiversare

Tergiversare, dal dizionario del Corriere on line:

tergiversare

[ter-gi-ver-sà-re] v.intr. (aus. averetergivèrso ecc.) [sogg-v]
  • • Eludere una domanda con risposte vaghe; perdere tempo evitando di manifestare il proprio pensiero; rinviare una decisione SIN temporeggiare.

Tergiversare è una parola che mi piace, una di quelle parole preziose che raramente capita di sentir pronunciare, che mi porta alla mente un tempo lasciato passare ma non necessariamente per colpevole dimenticanza o incuria, piuttosto nella più o meno profonda consapevolezza della necessità che quel tempo dia maggiore spessore o profondità, o anche solo attenzione, a ciò che finalmente arriverà o che è arrivato ma non riusciamo a gestire o a completare.
La dico, questa parola, e ne godo la lunghezza, la difficoltà nel dare seguito alla 'g' dopo la 'r', il suo sapore retrò, il suo essere orgogliosa liberazione dell'efficenza a tutti i costi, del dover essere e dover fare a cui, da quando ricordo, oppongo resistenza a favore di un voler fare che porti raggi di luce e di calore nelle giornate che fin da bambin* ci viene insegnato a dedicare al "dovere e bisognare".
Ho trovato un solo limite a questa mia inveterata (brutta?) abitudine: il rispetto degli altri ma qui si apre un capitolo difficile su bisogni e percezioni che affronterò quando sarà il momento di dedicare qualche parola alla comunicazione non violenta.
Ora, riprendendo finalmente il solito Mestruazioni di Alexandra Pope, mi imbatto, fra gli ultimi dei tredici passi nel percorso di riappropriazione del potere e del sacro del ciclo femminile, in un intero capitolo dedicato all'arte di tergiversare, di dare spazio e respiro alle decisioni, ma anche alle parole. Musica per le mie orecchie! La Pope suggerisce di seguire con attenzione il flusso interiore: "assecondate i momenti in cui siete esitanti o tendete a ritirarvi, siate curiose e rispettate la vostra esitazione, anziché criticarvi se non passate subito all'azione. Accettate la vostra inclinazione e state a guardare come va: immaginate che dietro all'incertezza ci sia la vostra saggezza all'opera. [...] Senti la paura e non fare niente perché può darsi che ci sia qualcosa di interessante che sta emergendo e che ancora non conosci del tutto".
Se sulle decisioni e le azioni sono poche le deviazioni alla linea, almeno negli ultimi anni, sulle parole c'è molto da lavorare: come limitare la capacità dialettica, la tendenza a sparare consigli e sentenze a cui siamo abitut* fin dalla culla, a favore di un ascolto vero e profondo che può essere tale solo se sostenuto dal respiro e dal silenzio? Come zittire quella lingua efficace e razionale che cerca e trova soluzioni efficaci e di buon senso ma che non dà spazio al cuore, all'essere presenti, all'abbraccio?
Ho cominciato tacendo: di fronte al dubbio, alla sofferenza, all'angoscia, allo sguardo che cerca un appiglio, ho taciuto, ho risposto solo uno occhi che raccontassero per me la mia volontà di capire davvero.
Molt* hanno accolto quello sguardo e vi hanno trovato un invito ad altre parole più vere, altr* lo hanno rifiutato, mi hanno chiesto perché non parlassi, cosa avessi da guardare in quel modo, quale fosse la mia risposta.
Ho ribattuto che stavo cercando di capire cosa ci fosse nel loro cuore, cosa stessero cercando e cosa io potessi dare, ma non siamo arrivati lontano, o forse è stato il solito semino e si vedrà.
Non sempre ci riesco, a tacere intendo, soprattutto, purtroppo, proprio con le bambine. Con loro riemerge prepotente l'istruttrice, la maestra, quella che ha sempre la risposta e la soluzione in mano, come se a loro gliene fregasse qualcosa della soluzione.
Spesso però, le loro reazioni insofferenti mi "svegliano" ed esaurito il dovere pedagogico riesco a prendermi lo spazio di un ascolto vero, pura presenza, senza istruzioni.
Proprio non ci riesco con chi mi aggredisce, mi giudica o parla male di altr* assenti; evabbè, me ne farò una ragione, non aspiro alla santità, faccio mia l'esortazione "Porgi l'altra guancia" solo nel limite del tentativo di riconoscere, nei comportamenti che mi feriscono, la traccia di una sofferenza, per scavare sotto la rabbia, trovare la compassione e con essa un po' di calore che mi permetta di dare una risposta che non sia nuova aggressione, se sono in grado e se ne ho voglia.

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