martedì 22 novembre 2011

ritorni

Sono passate due settimane senza che riuscissi a trovare lo spazio per registrare il colore dei miei giorni, le emozioni, i desideri; potrei tentare di fare un riassunto di queste due settimane di corse, fine settimana un po' liberi e un po' no, sonno, riposo, ipotesi di viaggio annullate, cambio di stagione da finire, stiratura della grande montagna ignorata, lavatrici, un pane dolce per i fermenti selvatici, un pane di farro per finire i residui della scorsa stagione e la prima uscita di Margi con gli scout.
E poi c'è la mia auto, che ogni volta che ci entro mi dico: "Entro la fine di questa settimana, caschi il mondo, la pulisco!" E le settimane passano inesorabili.
Poi arriva un giorno, un giorno preciso, in cui la corsa che di solito mi lascia la sera stanca ma soddisfatta comincia a pesarmi sulle spalle; un giorno in cui ho voglia di fermarmi, di silenzio, di non avere obblighi e legami, di sentirmi sola e libera. Le coincidenze trovano il loro senso mese dopo mese: passata metà del ciclo arriva questo giorno in cui mi sento con il sedere per terra, con le mani nel fango, con un peso sul cuore.
Forse ha ragione la Pope quando dice (nel solito libro Mestruazioni) che conoscendo il proprio ciclo nei dettagli si riesce ad organizzarsi e a trovare tempo e modo per darsi gli spazi di cui si ha bisogno via via.
Però, ora che la riconosco e la ritrovo mese dopo mese, comincio ad affezionarmi a questa emozione, a questo suo arrivare improvviso, a questo passaggio di luce che porta lacrime agli occhi.
Tutto ciò che c'è stato prima mi appare ora come una corsa insensata, un tempo che perde il proprio respiro per riempirsi di efficienza e superficialità.
Poi cado in questa buca, sempre la stessa, sì, a guardarla bene ha un che di familiare e forse anche di accogliente, anche solo perché è la mia. Ho voglia di vestirmi di colori scuri, rendere onore ad una possibilità abbandonata e non trovo un modo migliore di questo:

Finisci allora quest'ultima canzone e dividiamoci.
Dimentica questa notte, ora che la notte non c'è più.
Chi provo a stringere tra le braccia?
I sogni non possono essere imprigionati.
Con mani avide stringo al mio cuore il vuoto
e il mio petto ne resta ferito.


Da il Giardiniere
Rabindranath Tagore

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