martedì 25 ottobre 2011

è arrivato il silenzio


Ad un certo punto è arrivato il silenzio, o meglio la voglia di silenzio. Da un color giallo crema sono sprofondata in un blu profondo, come un tuffo alla ricerca del fondo del mare, di quel punto in cui i colori cominciano a non distinguersi più, ad essere tutto omogeneo e la luce del sole sta alle tue spalle, come qualcosa che appartiene ad un mondo distante e separato.
E’ durato pochi giorni, poi è arrivato il sangue e un dolore che non ritrovavo da anni e mi ha riportato a quelle mattine a scuola in cui soffrivo in silenzio accasciata sul banco cercando di essere il più presente possibile e non di dare spazio a quella che vivevo come un’ingiustizia.
Anche in quella giornata ho cercato di negare la mia natura e la mia debolezza, volevo a tutti i costi mantenere la promessa fatta alle mie bambine: domani andremo a comprare le scarpe nuove. Sono così rari i pomeriggi liberi. Ho inghiottito il dolore che si affacciava e ho proseguito nel programma. Era una delle prime giornate veramente fredde, ho pagato il prezzo dell’incuranza e del mancato rispetto della mia natura ciclica, e l’ho pagato salato, speriamo che sia l’ultima volta.
Il cambiamento nel colore delle mie giornate è stato improvviso, con il buio è arrivata una sorta di assenza, di mancanza di interesse, anche di scetticismo e di scarso interesse per le attività, pensieri, emozioni, bisogni di chiunque, me compresa. Era come se fossi entrata in un ambito esistenziale sospeso, di attesa e poi di lutto: “anche questo uovo ha viaggiato invano nella mia pancia, chissà come sarebbe stat* simpatic*”. Mi capita di pensarlo tutti i mesi ultimamente, ma poi passa subito.
Ripensando a quelle giornate però mi accorgo che proprio il giorno dell’arrivo del sangue, quello più doloroso, sono stata per caso oggetto di una confidenza molto pesante che mi ha toccato profondamente. Sono convinta che proprio il mio forte stato di debolezza mi abbia reso, fortunatamente, impossibile procedere secondo lo standard più diffuso: mi racconti le tue pene ti racconto le mie e ti suggerisco la mia soluzione. Io per anni mi sono limitata a suggerire la soluzione, strada comunque improduttiva ed eccelsa dimostrazione di mancanza di ascolto ed empatia reale. Infatti non mi raccontava mai niente nessuno.
Poi ho capito che le persone a cui volevo bene volevano ascolto e non soluzioni e ho applicato la cosa alla generalità degli esseri umani con cui entro in contatto e sono felice di riuscirci tutte le volte che posso. Credo ci esserci riuscita anche l’ultima volta, ma non è stato tutto merito mio.
Passato il dolore del sangue è arrivato un nuovo entusiasmo, la voglia di uscire dal bozzolo, il desiderio di vita, di gioia, di emozioni.
Mantengo l’attenzione ai colori e alle emozioni del primo mese ma, come suggerito da Alexandra Pope nel libro Mestruazioni, cercherò di accentuare l’attenzione sulle tre fasi: Ovulazione, Premestruo e Mestruazione. Mi piace in particolare l’idea di disegnare la mappa del sogno mestruale, su un cerchio suddiviso in 28 spicchi scrivere le parole chiave che identificano il mio modo di sentirmi in ogni fase del ciclo, cercando di "mettere in evidenza i caratteri distintivi di ciascun polo (ovulazione e mestruazione) che crea tensione dinamica"... mah...

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